venerdì 10 dicembre 2021

"Storie segrete e misteriose delle Marche" di Enrico Tassetti - Recensione

 


Nelle librerie il nuovo libro di Enrico Tassetti,"Storie segrete e misteriose delle Marche" un vero compendio del folklore

Il vello d’oro di Amandola, le streghe di Cupra Marittima, la Fonte Bella di Falerone, i fantasmi di Urbino, le fate della Regina Sibilla: tante e inquietanti sono le storie inedite e le leggende dimenticate della nostra regione, ora raccolte da Enrico Tassetti nel suo imponente “Storie segrete e misteriose delle Marche”, il libro uscito in questi giorni per Ventura edizioni.

Si tratta di un vero e proprio compendio di storie sepolte nella memoria ma che fanno parte del nostro bagaglio collettivo, finalmente riportate alla luce e narrate dalla penna di Enrico Tassetti. Il libro “Storie segrete e misteriose delle Marche” ci invita alla scoperta del territorio e dei suoi comuni in modo inedito, attraverso i racconti di paura e di mistero tramandati nelle famiglie generazione dopo generazione. C’è chi narra con voce ancora tremante di incontri con creature da incubo, chi ha vissuto in case stregate, chi vanta tra i propri avi streghe e lupi mannari.

Enrico Tassetti, noto ricercatore del folklore, già autore di una raccolta delle leggende delle campagne civitanovesi e di quattro romanzi esoterici, vincitore del Premio Adriatico 2020 per la Narrativa, raccoglie le storie dalla viva voce dei testimoni o in dimenticati documenti d’archivio, mettendo a nudo le radici profondissime di tradizioni e racconti che affondano le loro radici nella notte dei tempi.

Le attività dell’autore possono essere seguite sui suoi canali social, a partire dal profilo ufficiale https://www.facebook.com/enrico.tassetti.9. “Storie segrete e misteriose delle Marche” è ordinabile in tutte le librerie e acquistabile online.

Enrico Tassetti



martedì 7 dicembre 2021

Treia. Memorie di famiglia di Stefania Acquaticci

Treia. Il 4 dicembre 2021,  Stefania Acquaticci, nell'androne del palazzo dei suoi avi,   ha raccontato qualcosa della sua famiglia ed ha  letto, ad un pubblico scelto,  due lettere su episodi di vita dei suoi  antenati. La cosa è avvenuta in conclusione della manifestazione organizzata da ArTemisiaLAB dal titolo "Un antico palazzo, una nobile famiglia" - Tracce di storia".  Ringraziamo sentitamente Stefania per aver voluto condividere con noi i suoi ricordi.  (P.D'A. e C.R.)



Buonasera, è un’emozione per me entrare in questo palazzo perché qui è nato l’ultimo Giulio, mio padre. Il cielo era plumbeo quel 17 gennaio del 1924. Qualche anno dopo nel 1930 in fondo alla grande cucina che era stata la cappella, al lato opposto dell’affresco di san Nicola (1525), suo padre Enrico notò che la parete nascondeva un grande vano del quale si era persa memoria. Lì trovarono decine di quadri, forse nascosti per proteggerli dai saccheggi dei francesi fine ‘700… le tele ormai distrutte dai topi… e un piccolo scrittoio… alcuni  cassetti vuoti, ma in uno scorsero un pacchettino avvolto in carta bianca che conteneva una ciocca di riccioli biondi ed un bigliettino con la scritta “capelli di Giulio Acquaticci. Morto di gruppe a …anni nel 17… “ il piccolo Giulio di appena 5 anni con i suoi riccioli biondi rimase impressionato e dimenticò l’età e la data del suo omonimo precedessore.

Suo padre Enrico era partito in guerra nel 1912 e al suo ritorno nel 1919 trovò la famiglia duramente colpita, i due giovani fratelli morti di febbre spagnola, suo padre Giulio morì poco dopo lasciando un grande dissesto finanziario (causato dalla partecipazione in una conceria a chiesa nuova, il suo socio parti per le americhe lasciandolo con i debiti) che lo costrinse a cedere il suo patrimonio, la gran parte del palazzo, la villa Dolce Riposo e la sua amata biblioteca. Enrico si sposò nel 1923 e visse a qui con sua moglie Elide e i suoi figli, in una piccola porzione del palazzo fino al 1933, momento nel quale si trasferì a Macerata. Immobilizzato a letto negli ultimi tre anni della sua vita non permise mai che gli togliessero il cordone del terz’ordine di San Francesco che teneva annodato intorno alla vita. Accettò senza mai lamentarsi il suo duro destino. Fu l’ultimo della stirpe ad essere stato educato, secondo la tradizione, come un signore.

Suo padre Giulio, ricordato per la sua passione per Dante e la sua biblioteca, visse in questo palazzo insieme a suo fratello Nicola, ai fratelli Filippo e Pietro fu destinato il secondo Palazzo Acquaticci (dove da Filippo e la signora Teta nacque Caterina). Nicola amava l’arte, molti dei dipinti della chiesa di San Francesco erano opere sue, almeno così diceva mio nonno a mio padre bambino indicando i dipinti. Nicola sposò Volumnia Burbon del Monte che morì di parto dando alla luce Virginia, la nonna della Virginia che è qui tra noi.

Gaetano, padre di Giulio, Nicola, Filippo e Pietro, morì giovane lasciando a sua moglie Enrichetta Barbi il compito di educare i suoi figli e gestire una difficile situazione economica. Dai racconti di famiglia pare che si fosse interessato di commerci con l’oriente in società con ebrei anconetani, scelta che mandò in fumo gran parte del suo patrimonio.

Siamo a metà ottocento, un periodo di grande trasformazione politica e sociale, Enrichetta, ormai vedova, decide di far educare tre dei suoi quattro figli al monastero di S. Pietro di Perugia.


Vorrei donarvi alcuni stralci di due lettere:


Natale 1860

Carissima Madre.

Ricorrono le gioiose feste del Santo Natale e al cuore si sentono più vivi gli affetti; e noi troviamo grandissima soddisfazione nella dolcissima usanza di fare auguri a Lei, che la prima parte possiede del nostro cuore. Il Divino Salvatore che ci comanda di onorare ed anche i nostri Genitori, non sarà certamente tardo ad esaudir i voti che noi gli umiliamo per la nostra amorosa Madre, e vorrei benedire ad un tempo i proponimenti che noi facciamo di pronunciare con la nostra condotta buona, la consolazione di Lei che tante cure si prende per il nostro bene.

Noi godiamo buona salute, e speriamo che Dio ci conserverà lunghi anni, felice e prosperata la nostra cara Madre. ….

Le baciamo la mano chiedendole la S. Benedizione

siamo, Suoi Affezionatissimi Figli

Filippo Giulio Nicola



ll.ma Signora

Mi è doloroso dover parteciparle la risoluzione presa da questa Comunità che col corrente anno scolastico venga disciolto questo Alunnato, di cui fan parte i figlioli della S.V.

Non volendo qui tediarla col ragguaglio delle ragioni che hanno motivato questa risoluzione, mi restringerò solamente a dirle che le condizioni dei tempi potentemente la esigono, tanto più che il Monastero è per rivolgere Le sue cure alla classe più disagiata della Società sull’esempio di altre Badie. Ella avrà quindi la piacenza d’inviarmi persona, a cui consegnare i figlioli, non più tardi del mese di Novembre.

Colgo questa occasione per ringraziarla della fiducia che ha finora in noi riposto, e per dichiarararle coi sensi della più perfetta stima della S.V. Ill.ma Nobil Donna Sig.ra Enrichetta Barbi Ved. Acquaticci

Devotissimo Servitore, Don Paolo Melchiorri, Abate di Governo

S. Pietro di Perugia 11 Agosto 1861


Nella mia casa ho un ritratto di Enrichetta è una delle tante donne che hanno fatto la storia di questa famiglia, che silenziosamente hanno con dignità e amore attraversato le vicende familiari e sociali, ci ricordiamo di loro, grazie agli archivi ecclesiastici, dove venivano registrate come figlie, mogli e madri di quei figli che grazie alla loro cura avrebbero segnato la crescita culturale della comunità. Allora, come oggi, erano gli uomini a segnare la storia, sindaci, notai, accademici… nel bene e nel male.

Voglio ricordare una donna per tutte, Sora Clelia Acquaticci, così

la chiamavano in paese. Ormai lei era entrata di diritto nella nostra famiglia. Lella la chiamava mio padre bambino, era una trovatella nata a Treia nel 1870 e registrata col nome di Clelia Rubini, fu presa in casa da Giulio e sua moglie Maria quando lei aveva 14 anni. Non si volle sposare e si prese cura di mio nonno Enrico e i suoi quattro fratelli. Con i suoi risparmi ricomprò mobili e oggetti di famiglia che sapevano essere in possesso di ex addetti alla servitù, cose che volle riportare in casa. Morì all’età di novant’anni e nessuno più di lei fu custode delle tradizioni e dei fatti di famiglia. A quel mondo fatto di gratitudine, cura, dignità e sapienza sono profondamente legata, un mondo che sembra essersi sgretolato in una umanità che ha perso il senso di sé stessa. Un passato che questo palazzo ricorda con la sua architettura simbolica dove il numero 7, simbolo di saggezza, si ripete nelle sue colonne e i fiori della vita, simboli di rinascita e rigenerazione, accompagnano il nostro sguardo verso il cielo.

Stefania Acquaticci  







Treia 4 dicembre 2021 



Articolo collegato:   
http://treiacomunitaideale.blogspot.com/2021/12/treia-evento-nella-casa-signorile-degli.html

domenica 5 dicembre 2021

Treia. Evento nella casa signorile degli Acquaticci del 4 dicembre 2021

 


Ero venuto a conoscenza di un evento culturale, organizzato per il 4 dicembre 2021 dall'associazione ArTemisiaLAB, presieduta da Edi Castellani, riguardante la storia della nobile famiglia Acquaticci e della loro preziosa dimora rinascimentale, sita in via Cavour a Treia, da poco restaurata. La manifestazione  si è svolta in parte  nella sala multimediale del comune di Treia, intitolata ad Elvidio Farabollini, e si è conclusa  nell'abitazione storica degli Acquaticci.  Avrei avuto anch'io piacere di partecipare a questo evento di gran livello culturale, a cui -tra l'altro- era anche prevista la presenza di due consoli polacchi, appositamente invitati, per ricordare il passaggio di parecchi soldati polacchi,  al termine della seconda guerra mondiale,  alcuni dei quali ospitati  nell'abitazione degli Acquaticci. 

L'incontro  si è svolto secondo le normative correnti anti-covid e purtroppo -non avendo io i requisiti sanitari- non ho potuto essere presente.  Fortunatamente la mia compagna, Caterina Regazzi, è dotata di green pass e quindi ha potuto partecipare. E' lei che mi ha raccontato le vicende come si sono svolte, integrando la sua narrazione con alcune immagini. 



Durante la prima parte dell'incontro,  nella sala multimediale si sono tenuti diversi interventi, a cominciare da quello dell'organizzatore  Edi Castellani,  seguito da quello del  sindaco, Franco Capponi, che ha portato il saluto dell'amministrazione. Poi ha parlato la presidentessa dell'Accademia Georgica, prof.ssa Cinzia Cecchini,  seguita da rappresentanti della diplomazia della Repubblica di Polonia e dell'associazione Italo-Polacca.  L'architetto Greta Crescimbeni ha relazionato sugli interventi di restauro del Palazzo Acquaticci (post sisma 2016), mentre Alvise Manni ed Alberto Cacciamani hanno parlato della Liberazione delle Marche, nel 1944, e del passaggio dei polacchi a Treia. 

Terminati questi  interventi il pubblico ha assistito, appena fuori dalla sala, ad una piccola performance in omaggio a Dolores Prato, in abiti giovanili, che aveva menzionato nel suo libro "Giù la piazza non c'è nessuno" la famiglia Acquaticci come un centro di cultura.  

A questo punto il pubblico e gli esimi ospiti sono stati invitati a visitare l'androne di casa Acquaticci. dove ad attenderli c'erano le artiste  Morena Oro e Rachele Gennaro e la suonatrice di arpa Annalisa Cancellieri che hanno intrattenuto i presenti con recitazione e musica. In conclusione un architetto, di cui non conosciamo il nome, ha raccontato la sua opinione sulla mancata valorizzazione dei palazzi storici nei paesi delle Marche.  Dulcis in fundo, come rappresentante della famiglia,  Stefania Acquaticci ha letto alcune memorie ed episodi di vita dei suoi congiunti.  Alcune di queste confidenze le avevamo già ascoltate durante precedenti incontri informali avuti con Stefania. 

Così, malgrado la mia assenza, grazie a Caterina, ho potuto riportare la cronistoria del magico evento del 4 dicembre 2021.

Paolo D'Arpini e Caterina Regazzi



Terminando questa relazione ho ricevuto una nota dall'amico Alberto Meriggi,   presidente del Centro Studi Storici Maceratesi, il quale mi  ha scritto:

"Caro Paolo, ti invio la mia relazione. Sarebbe bene indicare l'occasione in cui è stata letta il 4 dicembre 2021 al  Convegno organizzato da ArTemisiaLab di Treia, ma anche dire che è tratta da una mia relazione tenuta in un convegno del 2000 tenutosi a Treia e organizzato dall'Accademia Georgica, relazione poi pubblicata nel 2002 nel volume degli Atti di quel convegno dal titolo: "Quei battenti sempre aperti". Gli Acquaticci e Treia nella cultura marchigiana.

Un caro saluto.  Alberto


Breve storia della famiglia Acquaticci    (Letta dal Dott. Ivano Palmucci a causa dell’assenza del prof. Alberto Meriggi per motivi di salute)

Buon pomeriggio a tutti voi. Desidero ringraziare e salutare, anche se a distanza, l’amico prof. Alberto Meriggi che, come è stato già detto, ha affidato a me la lettura del suo intervento, non potendo egli essere presente per motivi di salute. Un saluto e anche un augurio di pronta guarigione. Siccome quando si annuncia un relatore lo si presenta e, visto che qui non è stato ancora fatto, pur non avendo Meriggi bisogno di essere presentato qui a Treia, per gli ospiti forestieri mi piace sottolineare e ricordare che è stato docente universitario di storia medievale, oggi in pensione, che ha scritto diversi volumi sulla storia di Treia, che è stato fondatore e presidente del Centro Culturale Polivalente Treiese, presidente della nostra Accademia Georgica e oggi è presidente del Centro Studi Storici Maceratesi.

Ci tenevo a dire di un amico almeno questo. Passo ora a leggere la relazione di Alberto Meriggi. (Ivano Palmucci)

***

Buon pomeriggio a tutti i presenti, alle autorità, ai rappresentanti della famiglia Acquatici, ai rappresentanti del Consolato polacco. Un grazie a chi mi ha invitato e particolarmente alla dott.ssa Edi Castellani, presidente dell’Associazione Artemisia. Un grazie di cuore all’amico dott. Ivano Palmucci per aver accettato di leggere in mia assenza ciò che avevo preparato sulla storia della famiglia Acquaticci, per questo incontro.

Prima di entrare nel vivo di questa interessante storia familiare, approfittando della presenza dei rappresentanti del Consolato polacco, mi piace ricordare, anche ai concittadini presenti, una curiosità locale della quale ho più volte parlato ma che non ho mai pubblicato. Io abito nella frazione di Chiesanuova e mi sono dedicato in passato a trovare notizie sulla sua storia e su quella della parrocchia. Nell’Archivio parrocchiale vi sono testimonianze che attestano ciò che mi raccontò il parroco Don Antonio De Mattia. Quando finì la guerra Don Antonio riprese i lavori per la costruzione dell’attuale chiesa, appena avviati nel 1939 poi interrotti per la guerra. Per completare le fondamenta Don Antonio, oltre che aiutato dai parrocchiani che trasportavano breccia e pietre con buoi e carri, egli chiese aiuto al comando polacco stanziato in zona che mise a disposizione uomini e camion per il trasporto di ghiaia, pietre e polvere della strada. I polacchi lavorarono per la chiesa dal novembre del 1945 al gennaio del 1946. Lo fecero gratis, ma Don Antonio li ringraziava offrendo loro pacchetti di sigarette, come è attestato in archivio da sue annotazioni delle spese e come lui mi raccontò.

Bene! Chiudo la parentesi su questa curiosità e passo alla storia della famiglia Acquaticci.

Nel 2000 ero presidente dell’Accademia Georgica la quale in quell’anno organizzò un convegno sulla famiglia Acquaticci i cui atti furono pubblicati nel 2002. Io feci la prolusione al convegno con una relazione proprio sulla storia della famiglia e oggi questo mio intervento non è altro che una breve sintesi di quel mio studio più ampio e dettagliato.

Inizio dicendo che la presenza degli Acquaticci a Treia è documentata nelle vecchie carte del Comune fin dalla prima metà del Cinquecento, quando Treia era ancora detta Montecchio, perché cambierà nome solo nel 1790, ma documenti sono presenti negli archivi statali di Macerata e di Roma, in vari archivi ecclesiastici tra cui quello del Capitolo della Cattedrale di Treia e quello della Santa Casa di Loreto. Questi sono quelli che io ho consultato, ma mi risulta che ci sono carte anche altrove.

Da un volume del Catasto rustico di Montecchio - di Treia -, riferito all’anno 1568, si ricava la notizia, ed è la prima e più antica che ho trovato sulla famiglia, che un certo Camillo di Acquaticcio possedeva terreni nel quartiere di S. Martino, quindi nella campagna dietro l’attuale teatro, ma anche lungo il Rio Torbido e nella contrada di Vallesacco, praticamente zone collegate. Si trattava di ben 107 opere, cioè di tanti consistenti appezzamenti di terreno, solitamente dati in affitto a coloni. Alcuni di questi terreni di Camillo confinavano con quelli del fratello Nicola che ne aveva 15, quindi non è difficile dedurre che nelle campagne sotto Porta Cassera c’era molta terra degli Acquaticci.

Lo stesso documento del Catasto segnala la presenza a Montecchio di terreni di un certo Bastiano di Acquaticcio e di un Ruggiero di Acquaticcio, quest’ultimo possedeva ben 66 opere nel quartiere di S. Giacomo e un grande orto nella contrada di Porta Nova, cioè nella zona del, e sotto, il vecchio Garage Farabollini.

Quanto detto testimonia che in quell’anno 1568 i quattro Acquaticci che ho identificato erano tutti in una condizione di abbienti, di possidenti, ma solo Camillo e Nicola risultano fratelli e questo mi porta a pensare che all’epoca gli Acquaticci non erano riconducibili ad una sola famiglia ma piuttosto ad una gens, cioè a un complesso di famiglie unite da tempo dal nome e dalla discendenza.

La condizione di proprietari di molti terreni mi autorizza ad avanzare anche l’ipotesi di una loro presenza nel territorio di Montecchio più antica della data del Catasto del 1568 e questo vale anche per le altre famiglie i cui rami sono presenti in quel Catasto, famiglie che, come gli Acquaticci, hanno attraversato secoli di storia treiese fin oltre la costituzione del Regno d’Italia nel 1860: i Pancotto, i Ciaramponi, i Santamariabella, i Castellani, i Virgili, gli Egidi, gli Androzi, i Teloni, i Grimaldi ed altre famiglie.

Attenzione a questo! Oltre ad essere possidenti di parecchi beni, nella seconda metà del Cinquecento qualcuno degli Acquaticci era già iscritto alla Cittadinanza, cioè a quella condizione sociale, riferibile a pochissime persone, che dava diritto ad accedere alle magistrature, cioè al governo della città, insomma ad entrare nel Consiglio comunale e negli altri luoghi del potere. Si accedeva alla Cittadinanza per concessione del potere centrale, cioè per concessione delle alte autorità della Chiesa nella Marca, e ciò avveniva per diritto o per grazia. Quindi già nel Cinquecento la famiglia Acquaticci era tra le più ricche, potenti e autorevoli di Montecchio.

C’è un altro documento ricco di notizie: gli Annali di Fortunato Benigni. In quel manoscritto del Benigni risulta che nel 1598 un Antonio Acquaticci fu aggregato alla magistratura al posto del padre Bastiano che era morto, quindi Bastiano era in Consiglio comunale e il figlio Antonio ereditò la carica e poi divenne priore nel 1612, per i due mesi di priorato di marzo e aprile, i priori corrispondevano un po’ agli assessori di oggi, e lo troviamo anche credenziere l’anno dopo 1613.

Tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento compare tra i notai roganti sulla piazza di Montecchio, Simone Acquaticci, ciò a testimonianza che all’interno di quella gens, come suggerivano quei tempi che vedevano il nascere e l’affermarsi di strutture statuali, si guardava, oltre che all’impegno politico, anche a quello degli studi come via d’accesso alle professioni e alle cancellerie delle comunità, delle diocesi e dei tribunali. Le dimensioni e l’arco temporale dell’archivio notarile di Simone Acquaticci, che va dal 1585 al 1634, raccolto in ben 26 buste, e attualmente conservato nell’Archivio di Stato di Macerata, danno la misura dell’operato di quel primo notaio tra gli Acquaticci che ho trovato. Ma Simone Acquaticci nel 1618 fu anche procuratore e ambasciatore di Montecchio e tutore degli interessi del Comune presso il Governatore della Marca e fu anche notaio e cancelliere del vescovo di Camerino. Nei secoli successivi molti furono i notai della famiglia, fino al padre di Stefania.

Nell’archivio della nostra Cattedrale sono confluiti anche gli archivi della Parrocchia di S. Michele, di quella dei santi Giacomo ed Egidio, parrocchie nelle quali ho trovato ascritti molti Acquaticci, io nel 2002 ho consultato alla svelta quelle carte perché erano i giorni di fin di vita di mio padre. Una rivisitazione di quei documenti sarebbe utile per realizzare, a partire dalla metà del Cinquecento, una soddisfacente genealogia della famiglia, un albero genealogico che oggi manca.

Comunque da quel che ho visto, ritengo che al successo degli Acquaticci nelle istituzioni corrispondesse, come per altre famiglie di Cittadinanza, una adeguata strategia matrimoniale. Si cercava di procurare matrimoni tra le famiglie nobili e facoltose del territorio, per aumentare lustro e ricchezza. Il notaio Simone sposò Silvia Teloni e dal loro matrimonio nacque nel 1595 Agnese che divenne madre badessa del Convento di Santa Chiara e nel 1603 nacque il famoso Giulio, l’autore di non poche opere scientifiche e letterarie fra cui il poema sacroeroico “Il Tempio peregrino”, a questo Giulio farò cenno tra breve. Ho rinvenuto anche un sonetto, che più avanti, nel 1770, Gaetano Broglio fece pubblicare per celebrare le nozze del nipote Filippo Broglio con Margherita Acquaticci. Matrimonio tra due famiglie patrizie di Montecchio.

E’ importante rilevare, dati i tempi, che la linea dei rapporti degli Acquaticci con la Chiesa e, in particolare, con il Capitolo della nostra Collegiata di Santa Maria, ha nelle carte d’archivio un tracciato ben riconoscibile. Non mi dilungo su questo e rimando alla mia pubblicazione, ricordo solo che molti furono i cosiddetti benefici ecclesiastici eretti dagli Acquaticci a favore di chiese di Montecchio, erano soprattutto concessioni di beni a chierici in usufrutto. Ricordo anche che nella storia del Capitolo di Montecchio non mancarono canonici di casa Acquaticci come un Giacinto che ho trovato nella seconda metà del Seicento, un Carlo Francesco che nel 1710 fu anche arciprete della Collegiata. Nei primi dell’Ottocento Caterina Trovarelli, moglie di Pietro Acquaticci, istituì un canonicato con la destinazione della sua eredità, canonicato del quale furono investiti sacerdoti di Treia per tutto l’Ottocento.

Ma il ruolo delle donne Acquaticci andava anche al di là delle opere assistenziali e della pietas, nel 1603 Zenobia Acquaticci venne eletta dal Consiglio comunale come “paciera” fra i gruppi e le opposte fazioni politiche esistenti a Montecchio, contrasti che spesso finivano in gesti estremi come omicidi, dunque a lei fu affidato un ruolo di grande rilievo.

Mi è sembrato interessante il fatto che tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento ho trovato ben 10 ceppi di Acquaticci esistenti a Montecchio, nella mia pubblicazione li ho indicati tutti con nomi e discendenza.

Con un altro notaio Simone Nicola Acquaticci, vissuto dal 1644 al 1730, si giunge alla prima metà del Settecento. Lo cito perché la sua attività di notaio rogante a Montecchio fu imponente ed è documentata nelle 36 buste custodite nell’Archivio di Stato di Macerata e che coprono un periodo dal 1671 al 1704. Ho sottolineato questo perché credo che non ci sia stato abitante di Montecchio che non abbia avuto a che fare almeno una volta con uno dei notai Acquaticci, professionalmente attivi su questa piazza dal Cinquecento al primo Settecento e non solo qui, ho trovato notai Acquaticci anche nell’Archivio della Santa Casa di Loreto. Poi la tradizione è continuata anche in tempi recenti, il papà di Stefania è stato un notissimo notaio che non si chiamava Giulio a caso, ma continuava l’usanza di tutte le famiglie di antiche origini di assegnare ai nuovi nati più o meno gli stessi nomi. Nella storia della famiglia Acquaticci troviamo soprattutto i nomi di Giulio e Nicola e qualche Gaetano.

Dunque soprattutto notai e politici, ma non solo, un Nicolò Acquaticci fu capitano delle milizie cittadine che dovevano garantire a Montecchio la sicurezza e provvedere alla difesa. Curioso il fatto che questo Nicolò nel 1624, a soli diciotto anni, si sposò con Caterina Acquaticci dopo aver ottenuto la dispensa dalle autorità ecclesiastiche perché erano cugini, ma Nicolò ricoprì anche l’importante carica di “sindico”, cioè controllore dell’amministrazione delle monache cappuccine.

Vado veloce e ricordo che molti furono i legami degli Acquaticci con l’Accademia Georgica. Vi sono tanti documenti che lo attestano, un Gaetano Acquaticci ne fu consigliere nel 1835 e poi anche segretario e più avanti ancora responsabile dell’archivio e della biblioteca.

Tra i documenti che attestano il legame tra la famiglia e l’Accademia vi è anche una raccolta di circa 80 sonetti di anonimo, con intonazione fortemente satirica, che rappresentano fatti, persone, costumi, istituzioni, abitudini della gente di Montecchio tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento. Alcuni di questi sonetti hanno come bersaglio e prendono in giro proprio le vecchie famiglie del luogo e fra queste anche gli Acquaticci irridendo al loro cognome e proponendo per esso una origine antichissima: quando i figli di Noè videro il padre a terra ubriaco, ve lo leggo:

“…le gote avendo per gran vin vermiglie, uno di loro dell’uve al raspo arsiccio unì grand’acqua a liberar la testa dai suoi vapori, e fece l’acquaticcio; e rimanendo al primo autor di questa invenzion nome ed onor massiccio, nei discendenti in Treja ancor ne resta.”

E l’anonimo autore sottolinea ancor meglio i legami degli Acquaticci e anche dei Pancotto con l’Accademia Georgica con un altro sonetto nel quale dà corpo ad intellettuali che si muovono come personaggi da opera buffa, tanto cari al conterraneo Gioacchino Rossini, ve lo leggo:

La famosa trejense Accademìa fu convocata un dì per ricercare se l’Acquaticcio, o se il Pancotto sia che antichità maggiore possa vantare. Il Grimaldi suo principe “si dia” disse, “ognun il gran punto a studiare; così farem la vostra Patria, e mia per grandi scoprimenti ognor lodare”.

Degli Acquaticci non poteva non interessarsi anche Dolores Prato che in “Giù la piazza non c’è nessuno” definì gli Acquaticci: “dotti col bisogno di estrinsecare la loro dottrina con pubblicazioni e manoscritti affidati alla Georgica”, aggiunge altro esaltando il loro ruolo nella vita sociale della città: “Porte e portoni chiusi mi sembravano segno di distinzione; i due immensi dei Grimaldi e degli Acquaticci sempre spalancati, un segno di sovranità”. Proprio da questa immagine della Prato, nel 2000 fu tratto lo slogan per il titolo del Convegno: “Quei battenti sempre aperti, ecc.”.

La Prato esaltando gli Acquaticci nella vita sociale di Treia certamente era a conoscenza del fatto che dopo l’Unità d’Italia, e precisamente dal 1863, il nostro Comune ebbe per cinque volte un sindaco della famiglia Acquaticci, così risulta dalle carte che ho consultato, l’ultimo fu Gaetano Acquaticci sindaco dal 1909 al 1913.

Dolores Prato certamente in cuor suo poneva più attenzione a chi tra gli Acquaticci aveva, al pari di lei, il culto della lingua italiana e di Dante, padre di quella lingua. Nel suo scritto “La Tomba di Dante” guardava a Giulio Acquaticci, il bisnonno di Stefania, il grande dantista vissuto tra il 1846 e il 1919, studioso di Dante, poeta, bibliofilo e musicista. Il suo nome resta legato alla straordinaria collezione di Divine Commedie, per il possesso delle quali si rovinò finanziariamente tanto da dover vendere l’amata collezione all’Università di Notre Dame, negli Stati Uniti, nell’Indiana, dove ancora è. Su questo Giulio, nei mesi scorsi Emmetv ha trasmesso un video con una mia pillola storica in cui lo ricordavo. Il Convegno del 2000 fu dedicato soprattutto a questo Giulio e al Giulio del Seicento che scrisse il poema “Il Tempio peregrino” sulla falsa riga della Gerusalemme Liberata e per questo considerato un epigono del Tasso.

Però stasera vorrei ricordare anche un Acquaticci che alla fine dell’Ottocento ebbe l’idea che io ho avuto quasi una cinquantina di anni fa e cioè scrivere una storia di Treia. Si tratta di Nicola, archeologo e antiquario, aveva intenzione di scrivere una storia di Treia in tre volumi intitolata “Il mio paese”. Nel 1887 diede alle stampe il primo volume dedicato all’età antica, ma è l’unico che esiste, non sappiamo se riuscì a scrivere gli altri due o sono scomparsi col tempo, risultano introvabili. Nicola fu anche pittore e come tale operò perfino a Parigi, fu anche sindaco di Treia e ispettore onorario del Ministero.

Mi piace chiudere questo mio intervento ricordando Caterina Acquaticci, sorella di Giulio e di Nicola. Caterina che era nata nel 1818, raccolse ben presto il messaggio pedagogico di Maria Montessori e pubblicò un’opera innovativa per l’epoca in cui la scrisse, innovativa tanto nei contenuti quanto nel titolo: “Educazione alla libertà”. Morì molto giovane a soli 34 anni. Dolores Prato l’ha ricordata così: “Intelligentissima, ribelle, scanzonata e beffarda, quella ragazza la ritrovai in collegio e mi fu data come grande. Diventò una grande donna, anche di cultura, ma schernì la vita, cultura e successo, forse anche la morte”.

Questa mia modesta ricostruzione storica, che ho messo in piedi un po’ alla buona, si ferma qui, anche se la famiglia Acquaticci ha vissuto pienamente tutto il Novecento e per le notizie più recenti rimando al bel romanzo storico di Lena Acquaticci pubblicato qualche anno fa e che ho avuto l’onore di presentare, è un romanzo, ma che contiene molte verità storiche.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Prof. Alberto Meriggi