venerdì 13 ottobre 2017

Lavoro, sesso e disabilità...


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Alcune  indicazioni  europee per il lavoro femminile vanno verso una ulteriore degradazione della dignità umana. Già abbiamo raggiunto mete abissali con il precariato, con i call center, con le hostess, con le ragazze pon pon, con le miss, con le massaggiatrici, etc. Ora si stanno istituendo e organizzando "nuove operatrici sociali", specialiste in prestazione sessuali rivolte ai disabili.

A parte la sperequazione fra generi, considerando che i nostri sviluppatori di sistema non hanno pensato a come soddisfare le esigenze delle disabili femmine, non capisco perché la fame di lavoro debba cancellare ogni dignità umana ed ogni sentimento.

Tutto diventa funzionale.. ma a cosa?

Pensare poi che il rapporto amoroso fra esseri umani possa essere risolto in termini di “prestazioni sessuali” è per me avvilente. La necessità di prostituirsi è una diretta conseguenza della mancanza di ecologia sociale nella nostra società urbanizzata.

Questa pratica non avrebbe senso in una società spiritualmente ed ecologicamente integra in cui l’amore e la sessualità possono essere vissuti in libere forme singole o collettive.

Infatti posso accettare che si possa ricevere un compenso per un lavoro di qualsiasi genere, materiale, intellettuale, scientifico, etc. ma un rapporto “intimo” non può - secondo me - essere equiparato ad un “lavoro”, esso è solo una espressione dell’emozione umana di scorgere nell’altro se stesso, amandolo, e quindi non può rientrare nell’ambito delle “prestazioni professionali”….

Se il sesso è conseguenza di manifestazione amorosa nulla posso obiettare nel modo in cui si manifesta ma se diventa “scambio economico” mi rattristo e piango…..

Paolo D'Arpini

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mercoledì 11 ottobre 2017

Treia. Alleanza bioregionale in preparazione della Fierucola delle Eccellenze Bioregionali dell'8 dicembre 2017


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Oratorio di Chiesanuova di Treia - Ove si svolge l'edizione del 2017 della Fierucola delle Eccellenze Bioreginali

Maria  è una contadina biologica di Vignola (Modena). Lì nel suo podere abbiamo organizzato in passato vari incontri ed anche recite teatrali.  Maria viene spesso a trovarci qui a Treia, dove ci ha aiutato anche a ripulire l’orto ed a spiegarci i vantaggi dell’agricoltura naturale durante vari incontri tenuti  in vari contesti e soprattutto durante lo svolgimento della "Fierucola delle Eccellenze Bioregionali", che si tiene ogni anno l'8 dicembre. Credo che Maria sarà presente anche quest'anno a questa iniziativa tesa a sviluppare ed a riconoscere il valore della produzione locale, sia nel campo agricolo che in quello artigianale e culturale. 

Questa terza edizione è prevista presso l'Oratorio della contrada di Chiesanuova di Treia. 

Nel frattempo Maria ci ha inviato un articolo che descrive le iniziative bioregionali portate avanti dalla loro associazione SiBiol in quel di Vignola. Un esempio che potrebbe risultare utile anche a Treia… (Paolo D'Arpini)



Buon giorno Paolo, ti mandiamo questo  articolo per il tuo Giornaletto. Grazie mille e buon lavoro!  Maria

SìBiol, un Sì al Biologico, una libera associazione di cittadini e contadini per la sovranità alimentare. 

Guardando in su, dietro la casa, appaiono le torri del castello e più in la, tra i rami del frassino, svetta nitido il campanile.

E qui, appena sotto, siamo nelle Basse, terre benedette dalle acque del fiume e quindi di inestimabile valore.

Valore anche strategico, di quelli che sono in grado di salvarti dall’inedia e dell’abbrutimento anche se dovesse andare…andare peggio diciamo.

Quando potremmo non avere più neanche quei due soldi per recarci nel discount più economico per comprarci da mangiare; tutto questo è strategico – è importante.

Lo sarà, qualunque forma o colore abbia la razza umana che passerà da queste parti dopo di noi a cominciare da figli, fratelli, nipoti.

Questo puntolino nella mappa del mondo, la casa nelle Basse appunto, è diventato da qualche anno il punto di incontro di alcuni agricoltori e cittadini con questa fissa della custodia della terra.

Cosa si vuole fare?

Promuovere ed incoraggiare la piccola agricoltura contadina di prossimità.

Offrire occasioni di confronto e di ispirazione, contagiare altri agricoltori e cittadini, dimostrare che si può lavorare la terra anche con meno (meglio niente) roba chimica di sintesi e meno costosi macchinari.

Trarre forza e scopo proprio dal sapere di essere minuscoli ma consapevoli dell’immensa naturalezza delle scelte che facciamo con i nostri gesti quotidiani.

Come quello primordiale di nutrirci.

Con cosa?

Prodotto da quali mani e con quale intento. Con quanta cura e serenità.

Ed ecco, noi siamo qui con la nostra proposta diversa di economia come patto tra cittadini.

Ci sosteniamo e ci alleiamo producendo e scegliendo un cibo che mantiene viva e sana la nostra comunità e il Bene Primario: la Terra.


Tutti i mercoledì, dalle 17 alle 20, a Vignola organizziamo un mercatino del Biologico a km. 0,  nato all’incontro tra GAS Vignola, Cittadini e Produttori.  (Info: gasvignola.blogspot.it)


Sibiol dal dialetto modenese:
- la voce del vento;
- strumento musicale contadino.


Maria Miani, nella foto, mentre rastrella l’orto di Treia.


sabato 7 ottobre 2017

Nepeta cataria e lo sballo felino


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Frank, il mio ultimo, malconcio gatto domestico, secondo me mangiava d’abitudine piante stupefacenti per avere allucinazioni. Ogni sera d’estate, alle cinque in punto, Frank si trascinava nell’orto per un aperitivo a base di Nepeta cataria, o erba gatta. Prima l’annusava, poi mordeva le foglie e le strattonava, quindi iniziava a rotolarsi sulla schiena in una parossismo simile all’estasi sessuale. 

Le pupille gli si restringevano fino a diventare capocchie di spillo e assumeva uno sguardo fisso leggermente impaurito, che precedeva un balzo su un nemico o – chi può dirlo – un’amante invisibile. Frank atterrava maldestramente, si rialzava, faceva qualche buffo passo laterale e poi ricominciava, fino a quando, esausto, si metteva a dormire all’ombra di una pianta di pomodoro. 

Più tardi ho appreso che l’erba gatta contiene un composto chimico, il nepetalactone, che imita il ferormone presente nell’urina dei gatti durante la stagione degli amori. Questa chiave chimica sembrerebbe combaciare con un recettore afrodisiaco nel cervello del gatto e solo con quello. Era divertente osservare il mio gatto scombussolato da una pianta, ma anche sconcertante: per quel breve momento, Frank barcollava per il giardino come se fosse letteralmente fuori di sé. 


Eppure il giorno dopo era di nuovo lì, ma, cosa curiosa, mai prima delle cinque. Forse ritualizzava la pratica per tenerla sotto controllo; oppure gli ci voleva il momento migliore della giornata per ricordare dove cresceva quella pianta magica. 

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Avevo piantato l’erba gatta esclusivamente per il piacere di Frank, ma ripensandoci a volte mi domando se non fosse nel mio giardino anche in qualità di sostituto della pianta proibita che avrei voluto coltivare per me. Mi riferisco alla canapa. Inebriante, curativa e utilizzabile come fibra tessile, la canapa è una delle piante più formidabili che potrebbero crescere in questi luoghi; ma, mentre scrivo, è anche la più pericolosa da coltivare. 


Ogni giorno, il rituale pomeridiano di Frank mi ricordava che il mio giardino poteva produrre molto più che cibo o bellezza, che poteva generare prodigi piuttosto interessanti per la chimica del cervello, e appagare così desideri più complessi...

(Tratto da: La Botanica del desiderio di Michael Pollan)


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venerdì 6 ottobre 2017

Passo Treia, infuocata dal “peccato”? - Si ripete la storia di Bocca di Rosa...


Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco

Don Gabriele Crucianelli lancia un  invito, dalle pagine del Corriere Adriatico, di venerdì 6 ottobre 2017,  a “riportare sacralità al vincolo matrimoniale ed ai valori morali della comunità cristiana”. In un articolo/intervista di mezza pagina, con al centro una foto del parroco di Treia e Passo Treia, il sacerdote denuncia “l'abbassamento dei costumi” dopo aver scoperto in alcuni siti hot gli annunci di donne passotreiesi che offrono i loro “bassi servizi”, e pare con successo. 

 A Passo Treia si ripete la storia di Bocca di Rosa? 

Evidentemente se il parroco,  con il suo appello, ha ritenuto opportuno richiamare l'attenzione della  popolazione al rispetto della pudicizia, e dei sacri vincoli del matrimonio, addirittura attraverso un annuncio a mezzo stampa, qualcosa di vero sui “traffici carnali”, che si svolgono nella popolosa frazione, deve esserci... 

Che poi le “signore” offerenti prestazioni sessuali a pagamento siano veramente passotreiesi o persone oriunde o di passaggio questo non è dato sapere, sembra comunque che i “clienti” non manchino e da qui la ragione dell'allarme da parte del sacerdote, il quale invita i fedeli a controllare i bassi istinti ed a dedicarsi di più alle opere di bene, allo studio del catechismo ed al rispetto della famiglia...

Beh, almeno -a quanto pare- le trasgressioni “peccaminose” a Passo Treia restano in un ambito eterosessuale, fra uomini e donne, che in fondo è una relazione carnale tradizionale, pensate se invece si fosse trattato di “rapporti contro natura” fra persone dello stesso genere... o trans... Allora sì che ci sarebbe  da chiedersi se nella frazione qualcosa non funziona! 

Paolo D'Arpini

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Canzoncina in sintonia: https://www.youtube.com/watch?v=IB7LsjkZvvc


L'articolo su Il Corriere Adriatico del 6 ottobre 2017

giovedì 5 ottobre 2017

Treia. Autunno, è tempo di topinambur....


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Nel nostro orticello urbano è tempo di raccolta dei semi di finocchiella ed inoltre  cresce vigoroso il topinanbur. La qualità migliore e più  saporita, quella che produce fiori molto raramente. Ed infatti  lo scorso anno ne sbocciò uno solo,  su una pianta verso la parte esterna dell’orto pensile, quella più solatia, un bel fiore giallo intenso ma stavolta non se ne vede nessuno.

Comunque è buon segno vuol dire che la pianta si sviluppa essenzialmente nella radice,  la parte commestibile. Infatti quella qualità di topinambur che emette molti fiori ha i tuberi duri e immangiabili.

Il nome scientifico di questa pianta,  anch’essa come le patate importata dall’America, è Eliantus Tuberosus, deriva da due parole greche: “elios” sole e “antos” fiore, per ricordare i capolini fiorali che si aprono al sole e che assomigliano loro stessi al sole, mentre “ tuberosus” deriva dal latino e indica i rizomi tuberiformi.

Quest’ultimi sono ricche di vitamina A e B e del polisaccaride inulina, che li rende adatti ai regimi ipocalorici e a chi soffra di glicemia elevata e diabete, oltre a portare energia negli stati di convalescenza, agli anziani e alle donne in allattamento.

Le radici sono buone da mangiare sia crude in insalata, tagliate sottili e condite con una delicata salsina a base di olio extravergine d’oliva e limone, oppure trifolate; hanno un gentile sapore dolciastro con un retrogusto che ricorda il carciofo. Possono essere mescolate in padella con le patate.

Come tutte le radici, il periodo migliore per raccoglierle è al termine della stagione vegetativa, in autunno inoltrato, quando tutte le sostanze di riserva vengono immagazzinate nella parte perennante della pianta. Crescendo spesso in terreni sabbiosi, si possono raccoglierle senza particolare attrezzatura, venendo facilmente via anche a mano.

L’unico inconveniente del topinambur è che crea gas nell’intestino, per cui può procurare un intenso meteorismo (volgarmente tradotto fa scoreggiare).

Paolo D’Arpini


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Post Scriptum: 
Chi fosse interessato alla coltivazione del topinambur può chiamarci allo 0733/216293, per ricevere gratuitamente alcuni tuberi da trapiantare.

martedì 3 ottobre 2017

Treia, 4 ottobre 2017 – Passeggiata in onore di San Francesco


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"Essere tenace e forte nel duro cammino della Vita, esporsi ai pericoli, resistere alle minacce, mantenersi saldo e coerente nelle giornate nere, che ci sono per tutti, l’uomo che con entusiasmo partecipa alle lotte per la Vita è sicuramente più vicino a Dio del calcolatore prudente."



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Treia: Esterno della Chiesa di San Francesco

Tanto cara mi è la celebrazione della Festa di San Francesco, patrono d’Italia, in memoria del quale, il 4 ottobre 2017 a Treia,  si organizza una passeggiata meditativa partendo alle ore 18.30 dalla cattedrale, chiusa per danni sismici, sino a giungere alla chiesa di san Francesco, chiusa per danni sismici, ove sosteremo per cinque minuti in raccoglimento...

Paolo D’Arpini - Info:  Tel. 0733/216293

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Una storia (forse vera): "Quando Francesco morì, Frate Rufino consegnò a Chiara, che restò con il Santo fino all’ultimo, la sua bisaccia. Quando Chiara l’aprì, all’interno c’era la sua ciotola di legno, il suo cucchiaio, alcuni semi, una penna, un piccolo vaso d’inchiostro, e poi una pergamena più volte ripiegata, tutta accartocciata. Con le mani che le tremavano Chiara dispiegò la pergamena e decifrò le goffe lettere che Francesco aveva faticosamente vergato negli ultimi istanti della sua vita… e non poté mai più dimenticarne il contenuto!

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"All’anima che sa leggere nella mia, e che ne comprende le gioie e i dolori, voglio confidare queste parole: all’alba della mia dipartita, al crepuscolo del sentiero che ho scelto, posso finalmente affermare, completamente in pace, che la nostra ferita, in questo mondo, non sta né nella ricchezza né nella povertà, ma nella nostra dipendenza da uno di questi due strati, nel fatto di immaginare che l’uno o l’altro possano offrirci gioia e libertà. Sta anche nel fatto di essere convinti che l’Altissimo Signore abbia bisogno delle sofferenze di noi creature, per aprirci la porta della sua luce. La nostra ferita, infine, è il convincimento che Egli abbia bisogno di sacrificarSi sotto forma di suo Figlio, o sotto forma umana al fine di salvarci. Chi mai, tranne noi stessi, per mezzo della purezza del cuore, potrà salvarci? In verità il Buon Signore mi ha mostrato che non vi era alcun riscatto, alcun sacrificio da perpetuare. Mi ha insegnato, in silenzio, che sarebbe bastato uscire dall’ignoranza, dall’oblio, e amare. Amare la vita in ogni forma, e con tutti i mezzi che la rendono bella, amare la sua Unità in ogni cosa e in ogni essere. Possa tutto questo venir detto, un giorno, tanto alle donne come agli uomini; possa venir detto e insegnato meglio di quanto io abbia saputo fare, senza nulla respingere dell’Acqua né del Fuoco. Il mio augurio è che non ci siano più né Chiese, né preti, né monaci, niente di tutto questo: che vi sia soltanto l’Altissimo e noi, perché sta ad ognuno incontrarlo in se stesso… Ora che il velo si squarcia, voglio andarmene nudo come sono venuto al mondo. E non parlo della nascita del mio corpo, ma della vera nascita della mia anima, del giorno in cui ha trovato il coraggio di scendere più a fondo nella carne per offrirsi all’Eterno, così in Alto come in Basso”.  (Francesco)

lunedì 2 ottobre 2017

Treia, 1 ottobre 2017: “Vissi d'arte, vissi d'amore...?” - Considerazioni su Dolores Prato in occasione dell'inaugurazione del suo Centro Studi


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Il 1 ottobre 2017 a Treia è stato un bel giorno, in cielo splendeva il sole, la mattina una coppia di amici sono venuti a trovarmi per raccogliere le olive verdi di San Francesco da fare in salamoia. Infatti è un bene avere 4 alberi di olivo nell'orto sotto casa così si può far provvista per l'inverno. 

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Il pomeriggio in città si svolgeva un evento culturale in onore di Dolores Prato, la manifestazione organizzata dal Comune prevedeva alcune performances nei luoghi che videro la presenza della scrittrice, drammatizzate dal bravo Carlo Vitali e dal suo gruppo teatrale. Seguiva al Teatro Comunale, alla presenza del sindaco Franco Capponi e del vice-sindaco Edi Castellani, la presentazione del libro di Stefania Severi: “Gatto, misterioso quanto il destino”, opera ispirata agli scritti di Dolores Prato su questi magici felini. Verso le 19.00 si è tenuta l'inaugurazione di una sala, sempre all'interno del Teatro, dedicata alla ricerca storiografica ed alla memoria della scrittrice che ha qualificato Treia. 


Il Centro Studi, situato a fianco del Foyer, è corredato di alcune immagini storiche dell'autrice e di alcuni reperti posti in teche di vetro. L'evento è stato molto seguito dalla popolazione treiese che è accorsa numerosa attardandosi sia nelle adiacenze del teatro che nell'ingresso dove era servito un aperitivo finale. Ho notato fra gli altri la presenza di diversi esponenti della cultura locale, come ad esempio Alberto Meriggi, Maurizio Angeletti, Fernando Pallocchini, tanto per nominarne qualcuno conosciuto. 

Ma a questo punto alcune mie riflessioni personali sulla figura di Dolores Prato sono necessarie per poter inquadrare il personaggio con gli occhi di un “treiese aggiunto”, come d'altronde fu la scrittrice stessa, figlia illegittima di una nobildonna, nata a Roma e successivamente affidata ad uno zio prete di origine emiliana che officiava a Treia. Il periodo trattato è situato all'inizio del XX secolo, quando la città di Treia era ancora densamente abitata nel suo centro storico e dove la vita aveva ancora il sapore di una ruralità e di una "perifericità" culturale diffusa. 

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L'adolescente Dolores mano nella mano con la suora 

Treia, un centro dell'entroterra maceratese, a quel tempo  non brillava certo per esperimenti all'avanguardia sociale, la tradizionale mentalità di una comunità chiusa in se stessa fu l'habitat in cui Dolores visse la sua infanzia e giovinezza, che poi successivamente durante la senilità,  al suo ritorno a Roma, fuoriuscì in forma di “pizzini”, brevi memorie di eventi vissuti, che riempirono pagine e pagine fitte fitte scritte a mano e che successivamente divennero il materiale editoriale del suo libro più famoso  “Giù la piazza non c'è nessuno”. 

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Questa non è Dolores Prato

E qui notiamo la prima nota dolente, per motivi “d'immagine” l'editore Quodlibet, mise in copertina la foto di una giovane collega di collegio della Prato, più appariscente e graziosa della piccola e scura e grassottela Dolores. Ebbi la pazienza ed il piacere  di leggere pian piano, gustandolo come un grosso frutto in maturazione continua,  questo voluminoso tomo di memorie, spesso farcito di ricordi rivisitati in più salse, con diverse attitudini e sensazioni. 

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Treia - Foto storica dei primi del '900

Il libro in verità descrive la sua ammirazione per la struttura architettonica e per l'habitat che circonda Treia ma lascia trasparire il malessere di una giovinetta che si sente estranea al contesto sociale in cui vive, soprattutto in seguito alla diffusa emarginazione da lei patita, in quanto “straniera” e “figlia della colpa”. Ben poche furono le persone dalle quali si sentì amata, lo zio prete che imparò a volerle bene solo con gli anni ed una vecchia fantesca che per averla baciata ed abbracciata le attaccò le verruche. Solo i più poveri ed i più derelitti sembrava avessero pietà per  quella bambina fuori posto, magari accogliendola al loro misero desco davanti ad un piatto di polenta scondita, che lei però mangiava con gusto, perché simbolo di affetto e di accettazione. 

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Per avere un'idea della profondità psicologica delle emozioni vissute da Dolores Prato a Treia l'unico consiglio che posso dare è quello di leggersi il suo libro, se non avete timore della commozione che ispira.

E poi mi son chiesto come mai questa donna, che ha descritto la società in cui visse, perlopiù tristemente, salvo rari sprazzi di gioia infantile immotivata, è stata poi presa a simbolo di Treia? Dopo la pubblicazione del libro la sua salma, sepolta anonimamente al cimitero di Roma, fu traslata nel camposanto di Treia con sopra una bella tomba scultorea ed una dedica. Post mortem ha avuto tutti i riconoscimenti, compreso quello di essere definita una “vera” treiese, onore che in vita non le fu concesso. Negli ultimi anni, da quando abito in città, ho assistito ad un continuo crescendo di manifestazioni e di eventi in suo ricordo ed il 1 ottobre 2017, con la costituzione di questo “centro studi” al Teatro comunale, una sorta di tempio laico alla memoria, ho avuto l'impressione che sia stato raggiunto un climax. Una sorta di “beatificazione” postuma e di accoglienza senza remore. In fondo sono riconoscente alla vicesindaco, Edi Castellani, per aver promosso questo processo di integrazione e riassorbimento nella comunità della -allora- negletta Dolores Prato. 

Paolo D'Arpini