venerdì 13 gennaio 2023

Treia, le scoperte in Biblioteca di Caterina Regazzi - "La mia voce ti accompagnerà - I racconti didattici di Milton H. Erikson", a cura di Sidney Rosen - Rcensione

 


Tra i vari libri arrivati alla biblioteca di Auser Treia, non so da parte di chi (mistero), e non catalogati, uno aveva catturato l'attenzione di Paolo, che è sempre alla ricerca spasmodica di pagine da divorare, consumare durante le lunghe serate da solo o in mia compagnia (e allora siamo in due a leggere, ma io, dopo massimo un paio d'ore sento il bisogno di riposare gli occhi e dormire, mentre lui, soprattutto se il libro è interessante, andrebbe avanti fino alle 24 ed oltre). 

Un libro della casa editrice Astrolabio, che pubblica sempre libri interessanti, sono una garanzia (o quasi), con un titolo originale e intrigante: "La mia voce ti accompagnerà - I racconti didattici di Milton H. Erikson", a cura di Sidney Rosen. Dopo averlo letto, Paolo me l'ha "dato" mentre preparavo la valigia per tornare a Spilamberto, dicendomi: "prendi questo libro, leggilo" e poi qualcosa tipo "ti sarà utile".

Io gli ho fatto fare un paio di viaggi avanti e indietro tra Treia e Spilamberto, finchè è giunto il momento di "affrontarlo". Non sono nè un tipo "psicologico", nè tantomeno "filosofico", anche se sono una che rimugina ed elucubra (?), tanto che a volte sono dovuta ricorrere ai fiori di Bach (mi pare sia White Chesnut quello per i rimuginatori). Ma leggere un libro di uno psicologo o uno psichiatra non mi attrae subito (anche se ho appena acquistato un libro di Erica Poli, altra psichiatra, sulla guarigione in 7 "mosse").

La mia amica psicologa Adriana, a cui avevo raccontato di questa lettura, mi aveva risposto: "grande figura di psicologo della storia della psicologia".

Così ho iniziato con una buona disposizione d'animo. A leggere c'è sempre da imparare qualcosa, se non si leggono delle sciocchezze, e questo libro pareva una garanzia. Mi sono subito "innamorata" dell'approccio di Erickson alle più diverse problematiche, sia in ambito familiare, con i suoi numerosi figli, che in ambito professionale, con gli studenti e con i pazienti. 

I  suoi racconti sono esperienze di situazioni le più disparate, ognuna affrontata in un modo suo proprio. Ognuno è visto e "approcciato" in maniera diversa e specifica e mai, dico mai, questo medico sembrava avvilirsi anche nei confronti dei casi che apparivano più disperati. Per ognuno c'era una chance di superamento della singola problematica, che però non veniva calata dall'alto. 

La persona, sia che fosse un bimbo di due anni (sua figlia, ad esempio), che un adulto incancrenito nella sua difficoltà veniva accompagnato in un percorso che provocava uno stravolgimento proprio del percorso normalmente seguito dal "paziente", tanto che egli o lei stessi potevano rendersi conto dell'inutilità di proseguire su quella via e scoprivano una nuova modalità di rispondere alle diverse situazioni. 

Il tutto, per lo più, con il sorriso e senza alcuna imposizione. Spesso se il problema della persona era un'abitudine pericolosa per la salute (il bere ad esempio) il dottore portava quella persona all'estremo per farlo rendere conto della inutilità dell'atteggiamento, lasciandolo comunque libero di scegliere. 

Un episodio descritto nel libro che mi ha lasciato a bocca aperta è quello di quando uno dei suoi figli, Robert, di sette anni, "cercò di usare la stessa strada di un camion e lui perse". Il ragazzo ebbe fratture ai due femori, al bacino, al cranio e commozione cerebrale. I medici dissero che, se superava le 48 ore, aveva possibilità di sopravvivere. Il ragazzo superò le 48 ore e restò quattro mesi in ospedale. Lui andava a vederlo attraverso un vetro senza mostrarsi, la moglie invece andava sgattaiolando, ma il ragazzo o le voltava la schiena o le diceva di andarsene. Erickson aveva ritenuto che il ragazzo avesse bisogno di tutte le sue forze per riprendersi, senza che i genitori e i fratelli lo andassero a disturbare. Il ragazzo, una volta a casa, disse che era felice di avere dei genitori come loro e che aveva odiato i genitori di altri ragazzi che ogni pomeriggio li andavano a trovare facendoli piangere. 

Che visione differente, veramente altruistica! A volte noi stiamo al capezzale di persone malate, solo per trattenerle ancora un po' di più qui con noi! 

Insomma ho trovato che questo libro, con i suoi racconti, spassosi e paradossali, dia una speranza a tutti noi che ci dibattiamo nelle difficoltà della vita, difficoltà che spesso ci creiamo con le nostre stesse mani (e corpo e mente). Dobbiamo semplicemente imparare che le situazioni si possono vedere da tanti punti di vista e che c'è sempre una soluzione a tutto.

Si chiama evoluzione.

Caterina Regazzi



mercoledì 4 gennaio 2023

"Vita senza tempo"... - Dal Treja a Treia



Nel libro "Vita senza tempo" Caterina ed io  raccontiamo del primo tempo del nostro incontro fino al momento in cui giunsi dal Treja a Treia...

La mia prima visita a Treia, accompagnato da Caterina che era venuta appositamente a prendermi dall'Emilia, avvenne  ai primi di  gennaio del 2010.  Quel viaggio fu una sorta d'iniziazione ma  ancora non sapevo che da lì a poco la mia vita sarebbe cambiata. Avevo appena trascorso la notte di  capodanno, viandante  sperduto nella Valle del Treja,  poi mi sono ritrovato nella mia nuova casa. Oggi percepisco una specie di sdoppiamento in quella che definisco "casa", tra l'andata ed il ritorno.  Sono confuso nel descrivere un viaggio di cui non si sa quale sia l’inizio e quale la fine. Inizia nello stesso modo in cui finisce: dal Treja a Treia. Cambia solo una lettera, il suono è lo stesso ed anche la sensazione  di presenza costante dell’io.

Un viaggio che è un sogno?   Certamente, come tutto il resto della vita.

Da diversi anni non mi spostavo da Calcata se non nel raggio di pochi chilometri.  Quella volta ne ho percorsi trecento all’andata e trecento al ritorno, senza però cambiare di molto la sensazione di essere sempre e comunque nel luogo in cui  sono, che mi appartiene ed al quale io appartengo.

“Un viaggio così si compie anche in un metro quadro!” Disse Marinella Correggia nella sua presentazione della mia persona  in "Incontri con i santi", quando ancora ero a Calcata.

Ed eccomi qui, nel mio metro quadro, giusto lo spazio per allungare  le braccia e spingere una gamba dietro l’altra, senza mai uscire fuori da quel “centro del mondo” in cui mi trovo.

Un viaggio virtuale? No è un viaggio della coscienza nella coscienza…

Attraversare gli Appennini con il sole e ritornare per la stessa strada con la neve ha stabilito il senso del passaggio del tempo. Passare da un ambiente ruvido, tetro, profondo come la morte, l’ambiente del Treja, per arrivare sul corpo dolce e sinuoso di una terra molto femminile e viva, quella di Treia… è come una rinascita.

La mia anima ha ritrovato la giovinezza di Otello, che nella casa di Treia  viveva in un mezzanino scolpendo lapidi mortuarie e ricevendo cibo amoroso dalla padrona di casa, la nonna di Caterina.  In quella stessa stanza che oggi è la nostra calda alcova, piena di specchi, colori, calori…  il nostro "buen retiro"  in cui rivedo un me stesso tornato  dall’esilio.

Ma dov’è il luogo dell’esilio – Treja o Treia?!

Il fuoco scoppiettante di un camino è lo stesso, l’aria è la stessa, il gustoso cibo è lo stesso, l’abbraccio di chi mi ama, le carezze, le parole gentili, la penombra, il vento, l’acqua che bagna, il sole che brilla…

Insomma sono partito, sono arrivato, sono tornato… non lo so, non posso dirlo, ho provato a raccontarlo, a trasmettere delle immagini… ma forse tutto è rimasto così… solo nella mia mente.

La mente universale racconta in silenzio!

Paolo D’Arpini




Articolo collegato - "Treia. La casa della memoria" di Caterina Regazzi:  
https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2011/05/caterina-regazzi-treia-e-la-casa-della.html

giovedì 29 dicembre 2022

“La vita adè comme ‘na jornata” - In memoria di Giandomenico Lisi

 

Foto La Rucola

Giandomenico Lisi, di Petriolo,  autore di  “La vita adè comme ‘na jornata, co la mattina, lu pomeriggiu e la serata…”, ci ha lasciati nel 2020 all'età di 76 anni, quest'anno ne avrebbe avuti 78, come me, però lui è andato avanti...

Per noi di quell’età matura (ed oltre) essere  ancora presenti  sulla scena della vita, in fase di anzianità attiva,  è un motivo di riflessione su quello che possiamo fare da “grandi” per continuare a mantenere dignità e gioia.

Ricordo che il 27 novembre 2015, assieme alle mie coetanee Valeria e Giuseppina, sono stato al Teatro di Treia per assistere all'ultima opera di Lisi in dialetto marchigiano. La commedia era portatrice di una morale agrodolce… com’è la vita stessa. La scenografia mostrava un possibile ospizio per anziani dove la vita scorre tra ricordi e fantasie. Non mancano scenette ridicole e scenette strappalacrime. Gli attori molto numerosi davano un senso di realtà alla storia, sul palco si sono succeduti bambini, giovani e vecchietti, così il quadro della vita umana evocato dal titolo “La vita adè comme ‘na jornata” era completo…


Foto Picchio News

Due parole sulla compagnia: “La commedia di Giandomenico Lisi è stato l’ultimo lavoro portato in scena dal Gruppo Teatrale Giovanni Ginobili. Dal 1981 il Gruppo è impegnato non solo a divertire ma, anche a trasmettere quei valori schietti e preziosi come la fedeltà alle tradizioni della propria gente, la tutela della propria identità ed una visione della vita a misura d’uomo che oggi purtroppo nel mondo della globalizzazione stanno rischiando di scomparire…”.


Paolo D’Arpini









lunedì 26 dicembre 2022

La comunità ideale è dove non sorge il concetto di "idealità"...



Quella comunità ideale che noi  cerchiamo e perseguiamo attraverso l'attuazione del bioregionalismo, dell'ecologia profonda e della spiritualità laica, non è diversa  da quella descritta  dai saggi  della Cina antica,  quale risultato del bilanciamento delle energie Yin e Yang (negativo e positivo). Ma allo stesso tempo tale comunità non può essere il risultato di una concettualizzazione, ovvero il frutto di una teoria. L'idea  stessa di idealità è già una forma di astrazione mentre l'armonia è un fatto naturale, non il risultato di un calcolo.    

"Quando si pratica il grande Tao (la Via armonica) lo spirito del bene comune pervade il mondo. Uomini di talento e virtù sono chiamati a posti di responsabilità. Si tiene in considerazione la sincerità e si coltiva la fratellanza.  Perciò gli uomini non amano soltanto i loro genitori, né trattano come figli soltanto i loro figli. Ci si prende cura dei vecchi sino alla morte. C'è lavoro per i sani e mezzi di sostentamento per i giovani. Si mostra bontà e compassione verso le vedove e gli orfani e verso quelli che non hanno figli che provvedano loro e verso quanti sono invalidi per malattie. Gli uomini hanno lavori adatti e  le donne le loro case. Ognuno ha in odio lo spreco dei beni e tuttavia non li accumula a suo esclusivo uso, detesta il pensiero di non impiegare tutte le proprie energie e tuttavia non le utilizza esclusivamente al proprio vantaggio. I progetti egoistici vengono ignorati e se ne impedisce l'attuazione. Briganti, ladri e traditori sono scomparsi così che la porta d'ingresso di ogni casa rimane aperta senza timori di mali di ogni genere. Questa è l'epoca della Grande Comunità!"  (Li Chi,  Libro IV - cap. 9 -  Confucio)

Se questa società ideale -descritta da Li Chi- è esistita centinaia o forse migliaia di anni  fa, prima ancora che venisse indicata come "bioregionale",   maggiormente ci si potrebbe aspettare che si affermasse oggi,  in un'epoca che chiamiamo civile e moderna. Un'epoca in cui l'uomo è confortato nel suo cammino da molte verità scientifiche e da molte nuove considerazioni morali, sociali ed ecologiche. Come mai non succede?

La risposta è nel frontespizio...

Paolo D'Arpini










venerdì 23 dicembre 2022

Un capodanno di altri tempi a Treia

 


La ragazza a sinistra nella foto è la mia mamma Gina all'età di 18 anni o poco più. Sarà stata ad una festa di capodanno (o forse di carnevale) nella grande e bella sala del Comune di Treia, feste che lei amava tanto, perchè amava ballare. Quella sala purtroppo, almeno per ora, non si può visitare; il Comune (la sede storica) è inagibile dal terremoto del 2016.

Questa foto è su una credenza della cucina della casa di Treia, da quando il ragazzo di destra, poi diventato uomo, nell'autunno del 2008, poco dopo la morte di mio padre, Fausto, la portò in dono a mia madre, durante una visita di "condoglianze". Eravamo venute a Treia per l'ultimo saluto a mio padre, celebrato da Don Vittorio nel Duomo, alle sue ceneri, che riposano nel locale cimitero. Gina l'ha poi raggiunto esattamente 5 mesi dopo. Tante persone, e alcune di queste io neanche le conoscevo, vennero a casa a fare le condoglianze a mia madre, e tra queste, l'uomo della foto.

Foto che vedo ogni giorno che trascorro in questa casa, a pranzo e a cena. Ultimamente mi sono chiesta chi fosse ed oggi, guardando finalmente il retro della foto, ho letto Luigi Fiori, ma questo nome non mi diceva niente. È venuto in mio soccorso (!) il giornale Cronache Maceratesi, per ricordarmi che era stato il comandante della Polizia Municipale. Ora neanche lui è più di questo mondo, chissà che non si siano ritrovati da qualche parte nell'universo...

Caterina Regazzi



giovedì 15 dicembre 2022

Avventure di viaggio di un treiese che vuole andare a Pechino...

 


Le Marche sono piene di fascino, di "charme", in francese. Charme infatti è l'anagramma di Marche e ne esprime l'essenza... Le Marche sono state la culla di antiche civiltà come quella dei Piceni. I Marchigiani sono pieni di arguzia bertoldesca. Un esempio?

Nelle Marche c'è un paese che si chiama Treia, nel medioevo chiamato Monticolo, e nel suo territorio c'è una  frazioncina chiamata "Moje di Treia". Un treiese vuole andare a Pechino, per certi affari, e si rivolge ad una agenzia di viaggi nel centro storico, e chiede all'operatore: "Me fai un bijettu pe' Pechino?" - L'altro lo guarda  e fa: "Pechino?, ma se non saggio manco do' sta sto Pechino, io te faccio nu bijettu pe' Macerata, ppò lì domanni..." -  Giunto con l'autobus alla stazione di Macerata il viaggiatore chiede al bigliettaio "Me fai un bijettu pe' Pechino?" -  E l'altro risponde: "O fraà, ma che stai a dì, lo vijetto pe' Pechino? Te lo faccio per Ancona" - Ad Ancona di nuovo: "Me fai un bijettu pe' Pechino." - "Oh, cuzz'è te che vu' fa', bijettu pe' Pechino? Guarda che qua semo in Ancona, mica che te possu fa' el bijettu pe' Pechino: te fo' el bijettu pe' Bulogna." - A Bologna: "Me fai un bijettu pe' Pechino." -  "Oh còsgia vuoi te, biglietto per Pechino? E mica te lo poscio fare! Ti fo' un biglietto per Milano, poi a Milano prendi l'aereo, lo trovi scicuramente." - A Milano: "Me fai un bijettu pe' Pechino" - "Eh la Madona! bijetto per Pechino! Cos'è che vai a fare a Pechino, testa: va beh, va, ecco qua... Bijetto per Pechino a 'sto pirla" - L'uomo finalmente arriva a Pechino. Dopo sei giorni deve tornare a casa. Va alla stazione di Pechino e chiede al piccolo bigliettaio: "Ma fai un bijettu pe' Treia?"- L'altro lo guarda e fa: "Treia o Moje di Treia?"

(Liberamente rielaborato da "La vena umoristica" di Ennio Monachesi")




domenica 11 dicembre 2022

Il Passo di Treia dalle origini ad oggi - Cenni di storia e protostoria

 

E così ci sono riuscita, tra delicati impegni familiari, a esserci, alla Fierucola delle eccellenze bioregionali dell'8 dicembre 2022, a presentare il libro "Il Passo di Treia", tra i mille altri prodotti che il territorio ha offerto in esibizione, anche solo per conoscenza.

Ringrazio Maurizio Angeletti che ha realizzato questo progetto. Al solito ognuno legge nei libri ciò che vuole e mi ha stupito sentirlo parlare dei due testi che lui ha trascritto parola per parola, sottolineando principalmente la pagina iniziale che Arcangeli Caracini dedica al lago dell'epoca Miocenica che si estendeva dove ora c'è Passo di Treia e prendere lo spunto per elencare e spiegare tutte le ere geologiche! Certo è più portato per le scienze che per la storia! Ma, se voglio far polemica per spostare su Facebook la piazza di divulgazione, l'assist mi è stato offerto da chi mi ha fatto notare che uno dei miei due "maestri" riconosciuti, lo studioso Medardo Arduino era presente, tra la piccola folla che quasi traboccava nella saletta della presentazione, ma si è alzato e se ne è andato appena ho nominato l'altro dei miei due "maestri" e cioè la studiosa Simoneta Torresi, alla quale devo un po' tutta la visione storica e la prospettiva di Passo di Treia che nel 1300 ospitava i pellegrini del Giubileo, tra cui ... Dante Alighieri.

Del resto, nei due autori storici: don Otello Patrassi, e Arcangelo Caracini, che si rifanno al Foglietti, ho cercato proprio, nella presentazione, di trovare elementi pro o contro la mia tesi storica. Avrei voluto esporre con cura quattro punti, ma li ho solo elencati:

1) i nomi di Passo di Treia. Don Otello Patrassi dice che si chiamava Treia o Traia. Non solo quindi nomi e città che si spostano, dal fondovalle alla cima dei colli, ma una variante che egli accenna e non spiega, e secondo me (anzi, secondo la Torresi) va letta con cura: un nome , Treia o Trea o simile, era quello dato dai Piceni, Mentre Traia era il nome della colonia romana, nome dato dagli (odiati) conquistatori, dove i Piceni poterono, riabitare le loro stesse terre, solo dopo trent'anni di servizio militare nell'esercito romano. E questo solo nel 1 secolo, dopo la tremenda guerra tra i due popoli,, la Guerra Sociale. Prima invece le città Picene erano libere, più evolute di Roma, anzi, madri di Roma, in ogni aspetto dello stato e dell'economia (ad esempio energia dei Mulini, costruzione dei Ponti, cariche dei Pontefici, tessitura, coltivazione del grano, ecc.). I Piceni ritornano vincitori dalle Guerre Giudaiche, ma sempre col cuore amaro e perciò si riportarono gli Apostoli, la nuova religione, e anziché condurre in carcere San Pietro lo fecero predicare in ogni tempio romano (i Mitreya) che trovavano lungo la strada Settempedana (circa da Ancona o Sirolo, fino all'Appennino e poi giù a Roma). Quindi anche a Passo di Treja, nel Mitreium presso il Ponte Romano. E dove stava? E quale chiesa è stata lì costruita?

2) Il ritorno dei Franchi. i due autori parlano di "venuta" dei Franchi, e non lo trovo contrastante. Qui ci fu il fulcro dell'impero di Carlo Magno.

3) C'è stato o no un aumento di civiltà nell'anno del Giubileo, 1300? L'autore conferma: ben 22 nuovi mulini furono costruiti subito prima del 1300. LA Borgata di Passo di Treia, afferma poi Arcangelo Caracini, nacque nel 1300. (Ma già ha detto che è esistita dall'inizio dei secoli, appena il lago si è aperto la via tra Monte Cucco e Monte Francolo, lasciando fertilissime colmate di terra e solchi d'acqua da entrambi i lati). Nel 1300 quindi Passo di Treia ebbe un rinascimento. E tanto mi basta.

4) Il mistero della chiesa n. 4 nella mappa interna al libro. Ma anziché parlare di essa, che so per certo essere stata una delle sette chiese del Giubileo del 1300, e che forse in origine era un semplice Mytreium lungo la via d'acqua del Vallato (antico acquedotto romano), mi sono dedicata ai versi di Dante che descrivolo il "Ponte dei Romani", che potrebbe essere il Ponte della Svizzera, a Passo di Treia. Esso da un lato conduceva a San Pietro (lato treiese), dall'altro al Monte e ad Castello (lato monte Francolo e quindi del Re di Francia). In mezzo a spartire le due direzioni c'erano diavoli cornuti con una sferza in mano che frustavano ogni pellegrino alle terga, così quello si spicciava subito e nessuno prendeva il secondo o il terzo colpo. Ora: Svizzera vuol dire Sguizza, sia nel significato di fiume che fa la serpentina, sia nel significato di sferza, frusta. Il Ponte della SFERZA, sotto il velame de li versi strani, può essere benissimo il Ponte della SGUIZZERA. C'era quel ponte? Arcangelo Caracini ci dice che il Comune di Treia, (lato pontefice, l'ho definito) aveva obbligato il Marchese della Marca (di cui si ignora il nome, e che sarebbe il lato Re di Francia) a restaurare il Ponte nel 1282, esattamente quanto vennero ordinati altri 12 mulini, che credo abbiano richiesto alcuni anni per essere allestiti. E fu Giubileo, cristiani, papi e Franchi. Ma subito il gran conflitto. solo quattro anni dopo il conflitto faceva ardere i roghi. Dante fu condannato a morte nel 1300 stesso. ma anche dall'altra parte soffrirono: Il papa Bonifacio fu ucciso con due schiaffi dai cavalieri mandati dal re di Francia e da allora, le due rive del Ponte a Passo di Treia si scontrarono ferocemente: Francesco Sforza. i Visconti, il Papa. la Serenissima Venezia, i Da Varano, forse anche Francesco I e Carlo V. Tutti rivendicavano di essere gli eredi di Carlo Magno: o del successore Ludovico il Pio, o dei suoi molti fratelli Germani, cioè di Padre. Così Franchi e Germani e ogni nobiltà italica ed europea è passata a Passo di Treia a distruggere. Compresa la "pestifera Compagnia degli Inglesi", già nel 1366 che portò alla totale distruzione di case, ville e borghi. Addio Borgata del 1300!!! La storia di Passo di Treia è veramente grandiosa, tragica, e di essa tutto è stato distrutto, anche il nome! Perché essa è stata l'origine della storia di tutti i popoli che abitato in Europa. Questa luminosa intuizione sulla vallata del Potenza e del Chienti, che non ha avuto timore di nominare posti oggi così inceneriti, mi ha fatto appassionare a questa storia e questo lo devo agli studi di Simonetta Torresi, sennò non avrei neanche seguito altri studiosi, come Medardo Arduino, che molto hanno aggiunto, ovviamente a volte sovrapponendo, a volte contribuendo.
C'è così tanto da scoprire! Intanto l'idea di fare una serie di di incontri alla Torre di Passo di Treia stessa. E magari dare l'adiacente Ponte della Svizzera come tema! Qualcuno lo dica ai miei due "maestri", così portati alla sfida! Qualcuno gli lanci questo guanto!